Spazio Tempo e figura: Gianfranco Ucci alle Stanze della Reginella


Se l'uomo fosse al centro dell'Universo, e se l'Universo fosse più facilmente il suo mondo, fosse cioè un cerchio, o come comunemente si usa visualizzare il mondo, un globo insomma, lo Spazio-Tempo sarebbe un giro di 360° su se stesso.

Se cioè l'uomo, fosse un pianeta che gira intorno al suo asse. (...) Difficile dire, fino a che punto, un ritorno al punto di partenza sia definibile come identità, se cioè in questa scansione (del giro temporale) qualcosa di nuovo non avvenga, tanto che al ritorno, tutto sia veramente identico a prima. Fa parte del regno della virtualità, più che di quello della certezza.

Tanto quanto non si sa quali di queste tre dimensioni, spazio, tempo, persona abbia la priorità, o sia in maggior grado l'agente modificante, è probabile e auspicabile che reagiscano di continuo e di per se, intersecandosi e condizionandosi, simili però più a delle parallele, e autosufficienti.

Se invece non sia lo Spazio, a condizionare figura (più identificata come Persona) o viceversa non sia la Persona a operare sullo, nello Spazio. È comunque innegabile che in questa modificazione intri in gioco il tempo. Comunemente in fisica per spazio-tempo s'intende indicare una misura di tempo. E sempre in fisica, la velocità della luce corrisponde alla più veloce misura di spazio-tempo. Se questa figura allora la dichiariamo angelica, cioè luce pura, è vero che interverrebbe per aprire, è vero che attraverserebbe insomma questo recinto, all'interno del quale l'uomo da sempre si sente recluso.

Il percorso psicologico intorno all'essere che ritorna in uno spazio ove sia avvenuta una situazione tale da potere avere determinato una percezione nuova, un evento, che abbia lasciato un ricordo tanto da segnarne l'identità, è probabile che quello stesso uomo. Che ritorni in quello stesso spazio, possa subire seppure a distanza di tempo, la stessa impressione, tale da ricreare, a distanza di tempo, un'identità. Ma si tratterebbe in questo caso, di una cancellazione, in termini di tempo e si sarebbe edificato così, in questo ritorno, un “tempuscolo”, un frammento di eternità.

Come se paradossalmente il tempo fosse fermo, o si fosse fermato.

Nel rideterminare più e più volte, quello scarto, o frazione temporale, ripercorrere cioè un percorso sensibile e cognitivo, insomma questa frazione eccedente del sé, proietterebbe nello spazio una dimensione atemporale, eterna.

Non è piacevole ammettere che l'artista si ponga in questo problematico gioco-rapporto di forza, e neghi, pur dopo aver intercettato la sua posizione del “Qui ed Ora”, e sorvoli sul suo tempo perché non può sottrarsi a quel delirio di onnipotenza che trascende il tempo immediato, e lo aliena conseguentemente dagli uomini.

Ogni uomo ha il suo mondo, che viene percorso e ripercorso, in un giro apparentemente identico, a quell'uomo io direi “non uscire dal cerchio” poiché tutto lo spazio infatti è dentro il mondo, e non al di fuori di esso, ed il tempo è un incerto, è la percezione incerta della continuità, e della misura più lunga di questa continuità percepita proprio nel suo immaginarla.

Questo furibondo contrattacco che lo spazio-tempo determina nell'imporre al tempo il suo arresto, va circondato con la generosità di un ritrovamento da addebitare, o comunque aggiungere tanto da supporre un'ulteriore apertura, anche se di poco, per la figura chiusa di quel cerchio.

In quel turbinare interno, alla ricerca di una sua essenza, il suo identico, questo mistero e frazione imprevista svela al suo ingresso e ritorno, cioè al suo indietreggiamento un modo di procedere.

Roma, marzo 1998

Rossella Or

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